Percorsi resistenti

Essere donna, l’ho sempre considerato un fatto positivo, un vantaggio, una sfida gioiosa e aggressiva. Qualcuno dice che le donne sono inferiori agli uomini, che non possono fare questo e quello? Ah, sì? Vi faccio vedere io! Che cosa c’è da invidiare agli uomini? Tutto quello che fanno, lo posso fare anche io. E in più, so fare anche un figlio. 

[da Padre Padrone Padreterno, Mazzotta 1976]

Vi avevamo lasciato tempo fa un po’ sulle spine iniziando a raccontarvi di strani esperimenti avvenuti in una classe dell’IPSIA “F. Corridoni”. Una storia di carte, coordinatometri e topografia, una storia di ordinaria o straordinaria matematica che si lega all’educazione civica ed alla storia del nostro territorio.

Ebbene, è arrivato il momento di svelare cosa hanno tirato fuori i nostri ragazzi da questa strana attività.

Torniamo un po’ indietro e ricordiamo come e dove tutto ebbe inizio.

Questa storia, infatti, inizia all’uscita da scuola. Immaginatevi la scena: suona la campanella – la prima campanella perché al tempo del COVID l’uscita è scaglionata, a 56 escono i meccanici, alle 13.00 escono dall’ingresso principale i servizi e dalla porta al terzo piano gli elettronici.

Noi, i docenti, spaesati e confusi usciamo dove ci capita sperando di ricordarci dove abbiamo parcheggiato l’auto. Il destino, il fato o una congiunzione astrale particolarmente favorevole ha voluto che quel mercoledì di fine ottobre due docenti, una di matematica e una di sostegno, con un passato da storica, si siano trovate a percorrere insieme la rampa di scale verso l’uscita.

“Pensavo di fare un’UDA disciplinare sul piano cartesiano” dice quella di matematica “pensavo di far lavorare i ragazzi alla costruzione di un tracciato di rotta… servirebbe una zona con una certa pendenza… che dici potrebbe essere carino farli partire dalla scuola e farli arrivare…”

“In montagna…” fa l’altra “portiamoli sui percorsi partigiani… anzi delle partigiane!”

Qualsiasi altra persona avrebbe detto no e invece quel giorno su quella rampa di scale al suono della prima campanella dell’ultima ora di un mercoledì di ottobre ha iniziato a prendere forma Percorsi resistenti!

Da lì per i ragazzi è stata la fine: le due di cui sopra hanno iniziato a ragionare su questa UDA capace di far dialogare due discipline apparentemente molto simili a due rette parallele destinate a non incontrarsi mai… ed invece qualche lezione di cartografia, orientamento e topografia, hanno posto le basi per un racconto corale che partendo dalla storia della resistenza nelle Marche ha portato la classe 3^D, cartina e coordinatometro in mano, a visitare – per ora solo virtualmente – il Monte San Vicino. Là dove operava il Battaglione Mario, un esempio di formazione partigiana internazionale: otto lingue diverse (o forse di più), tre religioni, oltre 200 partigiane e partigiani raccolti in nove distaccamenti, tre medici, due preti e un comandante, Mario Depangher.

Prendendo spunto dal bel lavoro di Matteo Petracci, Partigiani d’Oltremare. Dal Corno d’Africa alla Resistenza italiana (Pacini 2019), abbiamo conosciuto meglio i protagonisti della Resistenza sul Monte San Vicino e nelle Marche. Ma non è finita qui: siccome le due docenti in questione sono due temerarie con punte di follia – se così non fosse la prima non avrebbe deciso di insegnare una delle materie più odiate al mondo, e cioè la matematica, e l’altra non avrebbe dedicato gran parte della propria vita a cercare di trasmettere la bellezza della materia ritenuta più inutile e noiosa dalla metà della popolazione mondiale dai 6 ai 18 anni, e cioè la storia, – è stato proposto ai ragazzi di guardare alla Resistenza da una prospettiva di genere, chiedendo alle fonti di raccontare il ruolo delle donne nella lotta di liberazione dal nazifascismo nella nostra Regione.

Siamo partiti da Braccano, in particolare dal murales realizzato da Massimo Melchiorri sulla facciata del Museo della Resistenza di Braccano che ritrae alcuni dei personaggi dei fatti di cui ci siamo occupati. Insieme a Depangher e ad altri partigiani, Melchiorri ritrae anche Lina Sabaz e Leda Serracchiani.

Chi sono queste donne? E qual è la loro storia? Abbiamo fatto qualche ricerca e abbiamo scoperto Una famiglia nella resistenza di Igino Colonnelli che intervistando Leda Serracchiani racconta una storia al femminile ma collettiva di liberà e di lotta.

Così i ragazzi hanno costruito un tracciato di rotta che da Braccano porta alla tomba del capitano Valerio Salvatore sul Monte San Vicino passando per l’Abbazia di Roti e hanno immaginato di incontrare strada facendo alcune delle protagoniste della Resistenza marchigiana le cui biografie sono raccolte e custodite nel volume #leviedelledonnemarchigiane: non solo toponomastica (ODG Edizioni, 2017). Rosina Frulla, Adele Bei, Egidia Coccia, Joyce Lussu, Ada Natali, Gemma Perchi, Derna Scandali appaiono ad ogni way point del tracciato e condividono con i ragazzi un pezzo di quel sentiero di montagna che anche loro, adolescenti, percorsero con coraggio nonostante il freddo, la paura e la consapevolezza di rischiare la vita per una primavera che non si sapeva se sarebbe mai arrivata ma per cui valeva comunque la pena combattere.

Scrive Joyce Lussu nel suo Fronti e Frontiere (Mursia, 1969):

Robusti maschi addestrati al passo dell’oca, col fragore dei cingoli dei carri armati da cui emergevano superuomini in tute e caschi marziali, dava un’impressione di mortifera potenza.
Le armi scintillanti maneggiate con assoluta sicurezza, i visi senza sorrisi, gli occhi vacui che si volgevano tutti insieme verso un solo punto al comando gridato da un ufficiale, i generali impettiti nelle automobili scoperte, con lo sguardo fisso e dritto, tutti uomini, uomini fusi e identificati con l’arma che portavano, pronti a ammazzare, a consegnare gli inermi ai torturatori, a imbrancarli verso i campi di concentramento. […]
Quando noi valutiamo oggi il militarismo nazifascista, lo facciamo dopo la sua sconfitta, con la sicurezza di chi ha combattuto e vinto. È difficile ricostruire lo stato d’animo di allora, di fronte al nazifascismo permanentemente vittorioso e trionfante, immersi com’eravamo, in Francia, nella disintegrazione militare e politica di una nazione che era apparsa per secoli stabile e compatta.
Non c’era niente che potesse opporsi a questa invasione. 

La società era esplosa

I ragazzi si sono messi in ascolto, hanno letto e hanno cercato di stare al passo di queste donne su per quei sentieri impervi e tra le rovine di quella società esplosa tutta da ricostruire tutto ha iniziato a prendere forma…

Ed ecco che Percorsi resistenti ha trovato una sua strada mettendosi esso stesso in cammino, un cammino che lo ha portato dritto dritto al concorso didattico “Sulle vie della parità nelle Marche” aggiudicandosi il Premio Biografie Femminili.

In attesa di raccontarvi la premiazione che avverrà il 10 maggio 2021 ci sembrava però necessario condividere alcune riflessioni che servono per dare corpo, voce e sostanza al 25 aprile e al significato che questa data conserva. Essa ci dice che ci sono idee, valori, principi per cui vale la pena lottare a qualsiasi età e senza distinzione di genere. Sulle pagine di “Noi donne” nel luglio del 1944 si legge:

è giunto il momento di dare tutto per salvare la nostra Patria, la nostra vita, il nostro pane. Non dobbiamo più avere esitazioni. Dimostriamo coi fatti che anche noi […] sappiamo imporci qualsiasi sacrificio.

Essa – il 25 aprile – ci spinge a riappropriarci dei luoghi che sono intorno a noi e che sono luoghi della memoria. Luoghi impregnati di storia, della storia dei nostri nonni – i bisnonni dei nostri studenti e delle nostre studentesse – e che raccontano storie di donne e uomini coraggiose e coraggiosi, di resistenza, di fratellanza e di sorellanza, di sacrifici, di ideali e di libertà. Questi luoghi non vanno dimenticati, vanno vissuti e raccontati ai ragazzi e alle ragazze di oggi, perché la memoria è ciò che permette a questi uomini, a queste donne e alle loro azioni di insegnarci ancora tanto. Leda, Rosina, Joyce, Adele, Ada e le altre protagoniste di Percorsi resistenti furono donne singolari, sicuramente esemplari ma non furono le uniche. Scrive ancora Joyce Lussu:

trovai tante donne come me, capaci di combattere e decise a combattere, a usare le armi pur odiandole, a sconfiggere le forze della guerra per non avere mai più guerre.

Tra il 1943 e il 1945 in tutta l’Italia occupata le donne insorgono a migliaia: dopo la guerra vengono sancite 35 mila partigiane e 70 mila militanti dei Gruppi di Difesa della Donna, nella provincia di Macerata le partigiane combattenti sono 700 mentre le patriote 300. Ma i numeri non restituiscono la reale entità della partecipazione delle donne alla lotta di liberazione: in primo luogo non tutte fecero domanda per essere riconosciute e in secondo luogo per essere riconosciute partigiane bisognava poter dimostrare di aver portato le armi per almeno tre mesi in formazione armata. Nonostante ciò le donne ci furono con e senza le armi e, come mette bene in evidenza Caroline Moorehead nella prefazione al suo La casa in montagna (Bollati Boringhieri, 2019), a rendere straordinaria la loro partecipazione alla lotta di liberazione fu il fatto che l’Italia fascista “le aveva trasformate in ombre: non avevano diritti, nè voce, nè uguaglianza, nessuna possibilità di esprimersi nè riguardo alla propria vita nè in merito al governo del paese”. Nella lotta antifascista prima e nella ricostruzione dell’Italia repubblicana furono invece protagoniste e lì, sulle montagne, iniziò una battaglia che di generazione in generazione arriva fino ai giorni nostri per ricordare a tutti e a tutte che la libertà e i diritti vanno difesi e costantemente rivendicati.

Per questo abbiamo voluto che la prima pillola di lancio della Radio 10/11, web radio dell’IPSIA “F. Corridoni” – progetto ancora sperimentale e in fieri nato incredibilmente al tempo della scuola un po’ in presenza e troppo a distanza – fosse dedicata proprio alla Resistenza.

Leonardo Moretti (3^D) ne parla con Andrea Sangiovanni, docente di Storia contemporanea all’Università di Teramo, che ringraziamo per la disponibilità.

Nell’auguravi e nell’augurarci buon 25 aprile di resistenza e di lotta, che nell’anno del signore 2021 coincide nel giorno che precede la “riapertura” post-covid, noi chiudiamo con la citazione con cui l’anno scorso in pieno lockdown Guendalina Casasole aveva aperto il suo contributo dedicato a L’Agnese va a morire di Renata Viganò:

I tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano l’azione dove nessuno l’aspettava. La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano.

Silvia Tartuferi e Silvia Casilio – docenti sede di Corridonia


Consigli di lettura:

Per approfondire:

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